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garage BENTIVOGLIO

Ferruccio Laviani, Tobia, 2019

”È un fatto che va osservato: dopo un certo silenzio, ci si propone di scrivere non una poesia ma delle poesie”, scrive Cesare Pavese in una delle appendici di “Lavorare stanca”.
E’ forse lo stesso principio che Ferruccio Laviani applica nella realizzazione delle sue lampade. Ogni nuova idea non porta al progetto di un solo prodotto, ma di una famiglia di lampade, che include la versione a terra, a muro, a soffitto,…
La 'Tobia', disegnata per Foscarini nel 2019, è così presente in catalogo sia come luminator che come applique. \n Un tubo di metallo piegato disegna a poco più di un metro da terra una maniglia. Una doppia curvatura che diventa il centro del progetto e fornisce all’utente una presa salda per poter spostare la lampada. E’ forse un omaggio alla 'Callimaco' di Ettore Sottsass, oggetto che l’architetto cremonese ha scelto di avere nel suo studio di via Mozart a Milano.
Ma le citazioni possono essere infinite, perché Laviani è difficilmente inquadrabile nella sua genealogia di riferimenti; come un dj attraversa i generi, li reinventa, mixando i maestri per creare un nuovo classico. \n La scelta del materiale ricorda i prodromi del design industriale, ovvero la disputa tra Breuer e Stam su chi per primo avesse disegnato una seduta in tubo d’acciaio senza l’utilizzo di saldature. La linea ininterrotta della lampada richiama i corrimano della M1 di Albini e Helg, un segno grafico che si può appuntare senza mai staccare la penna da foglio, per chi, come Laviani, ancora disegna a mano libera i suoi progetti. \n 'Tobia' coniuga così tecnologia ed estetica; Laviani esalta il valore plastico del tubo piegato e a partire da quella maniglia la lampada potrebbe svilupparsi in qualsiasi direzione, perché quel semplice gesto le ha già garantito l’autonomia formale che ogni buon prodotto di design ambisce a da avere.

1.4.2026
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25.4.2026

a cura di Davide Trabucco

dal mercoledì al sabato dalle 19 alle 23

ph. Carlo Favero

ph. Carlo Favero