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garage BENTIVOGLIO

Gelitin, Untitled, Mona Lisa (without subtitles), 2010

Nel 1968 Lina Bo Bardi realizza uno degli allestimenti più rivoluzionari della museografia del Novecento. Nella sala superiore del MASP, il museo brasiliano da lei creato insieme al marito Pietro Bardi, le opere saturano lo spazio senza una gerarchia predefinita; il visitatore può muoversi in libertà tra i grandi i vetri su cui sono sospesi i quadri. Ognuno può così creare un proprio percorso e la collezione può essere cosi vista non nel solito ordine diacronico, e spesso con senso quasi teleologico, ma in modo libero e casuale. La grande macchina scenica rispecchia anche la costruzione della collezione stessa: tutte le opere stanno sullo stesso piano perché sono arrivate tutte quasi contemporaneamente a San Paolo; per il visitatore tutto è nuovo e l’arte realizzata da questa parte dell’oceano deve forse essere svestita di tutte le sue sovrastrutture e vista con nuovi occhi. Si può guardare nello stesso tempo un’opera del Quattrocento con una dell’Ottocento, incrociare la Scuola italiana con quella Fiamminga, arrivare a confondere Raffaello e Perugino. \n Forse mescolare artisti e stili in modo leggero e inconsapevole, liberandosi da un certo nozionismo, dà la possibilità alle opere di tornare a produrre significati. La Gioconda dei Gelitin è sicuramente figlia di questa libertà creativa. Il grande naso sporgente, che ci obbliga a volerla guardare più di lato che di fronte, porta alla memoria i ritratti di profilo di Urbino; la plastilina e suoi colori vivaci, ricordano più i quadri del primo Rinascimento urbinate. Di leonardesco rimane la fedele adesione al soggetto e alle dimensioni dell’opera e soprattutto l’ossessione feticista per l’originale. La copia di un’opera fa i conti con l’idea che di essa ne abbiamo; ridisegnare è innanzitutto entrare in dialogo con l’originale e rileggerne i significati ultimi. Rifare è un atto interpretativo; le equivalenze formali vanno di pari passo con scelte che ci sembrano arbitrarie o incomplete, ma che risultano essere l’unica via per trasformare quei segni antichi in moderni.

4.3.2026
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28.3.2026

a cura di Davide Trabucco

dal mercoledì al sabato dalle 19 alle 23

ph. Carlo Favero

ph. Carlo Favero