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garage BENTIVOGLIO

Alberto Garutti, Temporali, 2015

Dalla fine degli anni Sessanta, gli Stati Uniti assistono a una nuova conquista del West. Pionieri di questa nuova espansione verso terre come Texas, Colorado e Nevada, sono artisti provenienti da differenti percorsi, quali l’arte concettuale o quella minimale, interessati a interrogare la definizione di scultura. Nel campo allargato del deserto le regole decadono, i confini tra le discipline si assottigliano e il medium non è più il centro di interesse, ma è scelto in relazione ai significati che si vogliono sviluppare. Nel 1977 Walter De Maria realizza The Lightning Field, un grande reticolo di 400 pali appuntiti di acciaio inossidabile in un altipiano del New Mexico, che attraggono le scariche dei fulmini; il visitatore guarda l’opera in un’attesa sospesa, in uno stato di tensione, perché non esiste certezza che il fenomeno atmosferico si verifichi durante la sua permanenza nell’area. L’opera è però completa anche senza attivarsi, in una sorta di pellegrinaggio in cui il dio potrebbe non rivelarsi ai suoi fedeli. Temporali di Alberto Garutti porta invece i fulmini nel cuore della nostra quotidianità. Se De Maria aveva manipolato il territorio, Garutti manipola l’esistente; come un virus si insinua all’interno dell’impianto elettrico e, ogni fulmine che cade in Italia, fa variare l’intensità del lampadario, della luce, del medium che in quel momento è scelto come opera. Il temporale avviene invece in un altrove che non conosciamo, che non ci viene rivelato; ogni spettatore fortunato si immagina così il suo tuono, il suo lampo, il suo cielo. L’opera potrebbe manifestarsi senza nessuno che la osserva, potrebbe non avere mai un pubblico. O, in un futuro, se finissero i temporali, potrebbe non esserci più un mondo in cui l’opera si attivi. Forse l’ignaro ma devoto spettatore, un po’ Drogo un po’ Estragon, rimarrebbe per sempre in attesa di una rivelazione. Garutti conosce le leggi del mondo e ce ne fa dono: l’opera è infatti ‘dedicata a coloro che passando di lì pensano al cielo’, non necessariamente quello sotto il quale si trovano, magari un altro, lontano da loro. L’altrove è il centro di molti dei lavori dell’artista, consapevole che la verità che cerchiamo è sempre un passo più là dal nostro baricentro.


4.2.2026
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28.2.2026

a cura di Davide Trabucco

dal mercoledì al sabato dalle 19 alle 23 in occasione di Art City 2026 dal 4 all'8 febbraio dalle 12 alle 23

ph. Carlo Favero, courtesy Studio Alberto Garutti

ph. Carlo Favero, courtesy Studio Alberto Garutti