
Palazzo Bentivoglio è lieto di presentare il progetto dell’artista Andreas Angelidakis (Atene, 1968). Al centro di tutto è la grande installazione POST-RUIN Bentivoglio (2020), che attraversa le tre sale dei sotterranei cinquecenteschi. L’opera, da cui prende il titolo la mostra, rimanda al passato dell’edificio - legato al precedente palazzo della famiglia bolognese distrutto da una sommossa popolare - e fa parte di una serie in cui il concetto di rovina viene sovvertito rendendo l’opera utilizzabile a piacimento dal pubblico. Si compone infatti di elementi modulari attraverso i quali è possibile modificare gli spazi, assemblandoli per ricreare un’ipotetica rovina antica o dividendoli e sparpagliandoli così da ottenere sedute e punti di appoggio. I blocchi, gli archi e i frammenti della rovina sono realizzati con materiali soffici e leggeri. La superficie dei pezzi è stampata con la fotografia di un pattern marmoreo. Si tratta di un’opera che mette in discussione la monumentalità e la distanza di rispetto che siamo soliti riconoscere alle antichità. In passato altre installazioni della stessa serie sono state esposte in importanti musei e in manifestazioni come documenta 14 del 2017, nella quale uno di questi lavori era diventato spazio dedicato ai talk aperti al pubblico. All’interno di questa mostra l’installazione diventa una scultura utilizzabile per vivere lo spazio e osservare le altre opere. Come nella prima sala, in cui il pubblico è accolto da due grandi wallpaper (tipici della sua produzione artistica) realizzati per l’occasione. Il soggetto di entrambi è composto da un ingrandimento di incisioni antiche di rovine archeologiche, su cui l’artista inserisce dettagli architettonici classici ricreati brutalmente in digitale o immagini degli elementi modulari della stessa installazione POST-RUIN, lasciando immaginare come in sogno una sua “fuoriuscita” dall’immagine bidimensionale applicata alle pareti dello spazio espositivo. \n Nei tre ambienti espositivi sono presentati dei video sia ambientali, sia proiettati su schermi, in cui la visione dell’architettura e dello spazio abitato nel corso del progresso storico ben esemplifica il lavoro di Angelidakis. I video sono vere e proprie riflessioni critiche sul nostro modo di abitare e su come le tecnologie formino l’architettura più degli architetti stessi: come nel video in cui si immagina una vita sommersa e definita dalle nostre nuove modalità di acquisto domestico, e in cui le scatole delle consegne a domicilio diventano i nuovi elementi base fisici e simbolici dell’architettura. Spesso nelle opere dell’artista la classicità greca, anche nella sua condizione di rovina e monumento, riemerge come metafora ancora utilizzabile per comprendere e definire il presente: ne sono un esempio il video in cui il grande vaso in cui visse il filosofo Diogene si sovrappone a internet, e quello in cui il grande gallerista e collezionista Alexander Iolas e la sua casa sembrano incarnare traducendola l’intera classicità nel suo passaggio dalla grandezza alla rovina. Da ultimo, nella stanza finale dello spazio espositivo è possibile ammirare una triplice proiezione video dell’opera Screenwalkers, manifesto capace di condensare la sua intera poetica.\n Assieme ai video viene esposta una serie di piccole sculture realizzate tramite stampanti 3D e in grado di rendere reali le visioni architettoniche progettate al computer dall’artista. Questi oggetti sono un ibrido di una maquette architettonica e una scultura. Permettono ad Angelidakis di rendere reali e dare una fisicità ai capricci architettonici utopici da lui sognati, pur mantenendo l’indipendenza di realizzazione: fiori e vasi si fondono con le strutture di cemento tipiche delle prime sperimentazioni moderniste così come dell’abusivismo edilizio del sud Europa, colori e immagini pop ricoprono le superfici, elementi dell’architettura classica sono decontestualizzati in maniera ironica. Di questi piccoli capricci colpisce la loro tridimensionalità plastica e la loro complessità in un periodo come il nostro in cui l’architettura sembra essersi bidimensionalizzata e diventata pura superficie a favore di fotocamera e social network, quasi non debba più ospitare al suo interno veri a propri esseri umani. Andreas Angelidakis si muove nello spazio di confine in cui arte e architettura si sovrappongono. E’ stato definito un architetto che non costruisce, ma potrebbe essere più corretto vederlo come un critico e un intellettuale che utilizza l’arte per riflettere sullo spazio che ci circonda e sul modo in cui le nuove tecnologie influenzano l’architettura e il vivere di ciascuno di noi. Il suo approccio non scade mai nel moralismo degli usi e dei costumi. L’ironia e la giocosità di molte sue opere sono spesso intrinsecamente legate a un senso romantico di nostalgia e solitudine in grado di far emergere la complessità e il mistero della vita contemporanea. Il computer, internet e le nuove piattaforme social diventano per lui uno dei principali strumenti del fare architettonico, permettendogli di portare una pratica generalmente collettiva - il costruire - verso l’isolamento dello studio artistico e intellettuale.





